Quando l'aiuto è vocazione


Spesso ci si rivolge alla scuola di counseling con il desiderio di trasformare in una professione il proprio atteggiamento spontaneo consistente nel saper comprendere i vissuti degli altri. In effetti essere percepiti come affidabili ed empatici rappresenta, oltre che una gratificazione personale, anche un’importante qualità per diventare un counselor.

Tuttavia attraverso la scuola di counseling si scopre che il desiderio di aiutare è una cosa, mentre il saperlo fare è un'altra. Infatti quando si comincia il percorso di apprendimento alla professione si scopre che i propri atteggiamenti spontanei non sono sempre efficaci poichè si tende ad applicare un modello di aiuto che nasce da un' idea di fondo errata. Infatti ci viene insegnato, in modo spontaneo, che le persone si aiutano dando loro dei consigli e trovando loro delle soluzioni. Per realizzare questo risultato immergiamo l'altro con tante parole come a volerlo sostenere, confortare e materializzare l’aiuto. Accade anche che l'interlocutore ci tenda la mano rispetto a questi atteggiamenti quando ci chiede " tu cosa faresti al mio posto?" . Allora come si fa a non dare un’immediata risposta a tale simile richiesta? In realtà questi atteggiamenti offrono solo un breve appagamento che dura il tempo di un soffio e sono destinati a non aiutare realmente.

L'aiuto può dirsi veramente tale se fa evolvere in senso autonomo e se ha come presupposto di fondo il fatto di non sostituirsi alla persona. In tal modo si dà pieno valore, dignità e responsabilità a chi in quel momento si sta narrando. L’allievo del primo anno della scuola di counseling vive con sorpresa il fatto di scoprire che nella relazione d'aiuto più che dire occorre non dire e quando si dice occorre farlo in modo efficace. Il sentimento inizialmente provato durante la pratica di addestramento professionale è quello di un senso di inutilità dinanzi al fatto che non si deve sostenere, non si deve consolare e non si deve consigliare. In altre parole non si deve intervenire ma si deve ascoltare. Infatti per riuscire a fare emergere quanto di sommerso abita nell’altro è necessario cambiare atteggiamento nella pratica dell'aiuto imparando a realizzare il contatto umano profondo, autentico, non giudicante, senza sostituirsi all’altro. Con tale contatto il counselor offre al cliente la possibilità di sentirsi accompagnato mentre attraversa i propri dubbi, i propri tormenti, i propri desideri, i propri vuoti fino a che non emerge da dentro di sè la propria chiarezza. In tale percorso il viaggio è importante a volte più dell'approdo, il quale inizialmente si immagina in un modo, mentre poi si trasforma in un altro proprio perchè, più consapevole di sè e del proprio valore, la persona sceglie di cambiare lungo il percorso.

Dr.ssa Daniela Placido

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